Due santi

La storia dell’Italia contemporanea ha ricevuto un notevole contributo dalla testimonianza di padre Annibale Maria Di Francia e di don Luigi Orione uniti dal terremoto di Messina del 1908 e dalla santità. (di don Flavio Peloso)

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Padre Annibale e don Orione

A Messina, città del dolore, quel prete venuto dalnord incontrò il canonico Annibale Maria Di Francia e insieme scrissero una delle più gloriose pagine nella tragica storia di Messina: salvarono tanta gente dalla disperazione, diedero un futuro a tanti orfani, organizzarono la solidarietà di tante persone generose provenienti da tutta Italia. Don Orione, poi nominato vicario generale della diocesi su espresso suggerimento del Papa, incontrò resistenze, avversità; subì anche un attentato. Al suo fianco, come un angelo custode, a consigliarlo, a difenderlo dalla malevolenza di profittatori indegni, c’era sempre padre Annibale. Dalle macerie del disastroso terremoto lanciarono un ponte di solidarietà tra il nord e il sud dell’Italia.
L’unità d’Italia – ancora così fragile e contestata tanto al Nord come al Sud al tempo dei nostri due protagonisti – è stata fatta anche da santi come padre Annibale Di Francia e don Luigi Orione. Massimo d’Azeglio ha lasciato in tutti i libri della storia d’Italia una sua massima pronunciata all’indomani dell’unità d’Italia: «L’Italia è fatta, ora dobbiamo fare gli italiani». A dire il vero, l’Italia era già fatta ed erano fatti anche gli italiani. Al tempo di padre Annibale e di don Orione l’Italia era però ancora profondamente divisa, questo sì. Non erano bastati gli spregiudicati condottieri d’arme, alla Garibaldi; non fu sufficiente l’azione di abili tessitori politici, alla Cavour e alla Giolitti; non ebbe influenza profonda l’accorta operazione di identificazione nazionale costruita attorno alla monarchia dei Savoia e ad altri simboli collettivi; tanto meno furono determinanti gli interessi economici che, per loro natura, sono elitari.
Quello che mancava, per fare l’unità, era la fraternità, che dell’unità è vero e insostituibile fondamento. Una fraternità non idealistica o pietistica, ma coniugata con il rispetto delle culture, con la solidarietà, con la pazienza prima e la promozione delle diversità poi. Ebbene, a stimolare questa fraternità nell’Italia del primo Novecento pochi eventi hanno contribuito quanto il dolore patito dalla gente della regione calabro-sicula con il terremoto del 1908 e quanto la solidarietà espressa sulle macerie di quei paesi da persone generose provenienti da tutta Italia. A Reggio Calabria e Messina, negli anni dopo il terremoto, si parlavano tutti i dialetti d’Italia, insieme all’italiano forbito e colto dei vari Tommaso Gallarati Scotti, Aiace Alfieri, Gabriella Spalletti Rasponi, Zileri Dal Verme, Gina e Bice Tincani e altri.

L’unità d’Italia è stata fatta anche da uomini come don Orione, che fonda una congregazione, lascia tutto, compresi i pregiudizi popolari e sociologici che alimentavano un assurdo razzismo tra Nord e Sud, dal Piemonte scende in Sicilia e là si ferma tre anni; patisce sulla sua pelle i pregiudizi presenti anche nel mondo cattolico e nel clero, ma ama quella gente e dà una testimonianza di fraternità che rimarrà indelebile. L’unità d’Italia è stata fatta anche da padre Annibale Di Francia che per una superiore sintonia spirituale stringe amicizia con quel “prete settentrionale”, lo consiglia e lo difende, anche a costo di essere trattato lui come un estraneo dai suoi stessi concittadini, e, sorprendentemente, presta una ingente somma perché quel prete del Nord, povero, compri una casa a Bra, in quel Piemonte che in Sicilia era ancora visto come usurpatore e profittatore.

Certamente la storia d’Italia nell’età contemporanea ha ricevuto un notevole contributo dalla testimonianza di padre Annibale Di Francia e di don Luigi Orione, uniti dal terremoto e dalla santità. Con la loro amicizia e con il loro servizio hanno mostrato che la fraternità, premessa di ogni vera e duratura unità sociale, ha le sue radici nella superiore paternità di Dio, che i due santi hanno adorato nell’anima e amato nei fratelli.  A far incontrare don Orione e padre Annibale fu il terribile terremoto che, alle 5,20 del mattino del 28 dicembre 1908, scuotendo la terra per 37 secondi, lasciò tra le macerie di Reggio Calabria e Messina circa 80mila morti.

Una Lettera Inedita  del canonico DI FRANCIA A DON ORIONE

I. M. I. Sava 18.9.1909
Mio amatissimo P. Orione,
Con grande gioia ò appreso dal carissimo Can. Vitale venuto in Oria, che la S. V. R. à preso nella nostra assenza, la Direzione dei nostri Istituti!
Da questo momento adunque siamo tutti soggetti alla sua saggia Direzione, e la S.V.R.a viene proclamato nostro Direttore generale. Abbracci nel suo apostolico cuore quest’altra Opera come sua, e la spinga nella via del suo duplice scopo di Religione e di Beneficenza, mediante le sue ardenti preghiere, i suoi consigli, i suoi ammaestramenti, e i suoi comandi. Tutti e tutte di tutte le case siamo pronti, con l’aiuto del Signore, alla sua Obbedienza. Ora io spero che il Cuore Santissimo di Gesù voglia concederci quelle grazie che la mia indegnità non à potuto ottenere, e apportare riparo a tanti e tanti mali che io ho prodotti…
Presento alla S.V.R. insieme a tutto il personale delle nostre sette minime case, quel sacro Vessillo sul quale sta scritto: «Rogate ergo Dominum messis ut mittat Operarios in messem suam». Questa Divina Parola uscita dal Divino Zelo, in cui si contiene un gran segreto di salvezza per la Chiesa e per la Società, la S.V.R. la raccolga dalla bocca adorabile del Redentore Divino, come noi l’abbiamo raccolta e impressa nei nostri cuori per formarne una santissima missione; e se ne faccia Apostolo e banditore.
Mi trovo in Sava a 10 chilometri da Oria, dove varie persone fervono e operano per formare una Casa delle nostre Suore.
Le chiedo la S. Benedizione, le bacio le mani, e mi dico:
Suo umil.mo servo
Can. M.A. Di FranciaUNO SCRITTO DI DON ORIONE
I Siciliani, quando io parlavo al Papa [Pio X], avevano dei Santi autentici. C’era un Santo: il Canonico Di Francia che è stato qui [a Tortona] e a Villa Moffa a predicare gli Esercizi ai Sacerdoti e ai Chierici. Di lui si tratta ora la causa di Beatificazione.
Se ho comperato la Moffa l’ho comperata perché questo Canonico mi è venuto in aiuto. La Moffa l’ho comperata quand’ero ancora a Messina. La Moffa è costata o 12 o 17 mila lire, non ricordo bene. Sono i tempi e il valore della moneta che cambiano. E mi mancavano allora 5mila lire che mi furono imprestate dal Canonico Di Francia e poi furono restituite. Pensate che cos’era per un piemontese che si trovava là! Dire “piemontese” e dire nemico della Santa Chiesa, allora, era la stessa cosa. Per quei tempi e per qualche diecina almeno di anni dopo, dire piemontese era come dire nemico del Papa, perché il movimento rivoluzionario contro il Papa era cominciato nel Piemonte, a Torino.
E dopo il Canonico Di Francia venne dalla Sicilia alla Moffa a predicare gli Esercizi, e mi disse una cosa: ma questa non ve la dico. [Tutti si sta attenti se la dice. Sta un momento sopra pensiero e poi sorridendo domanda] Allora di voi non c’era nessuno alla Moffa? [si risponde di no] Ah, allora ve la posso dire. Mi disse: «Stia attento che qui ha dei birbanti che fingono di avere pietà, che fingono una vocazione che non hanno: non si fidi tanto dei colli torti. Più hanno il collo torto tanto meno bisogna fidarsi». Questo è il ricordo che mi diede quel Santo: non si fidi dei colli torti.
Tortona, dopo la lettura del Martirologio, il 4 Febbraio 1940
 

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